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Sapor della mia terra

Con Lilio Niccolai
In copertina disegno
di Lucio Parigi
Gruppo Poligrafico Editoriale,
San Marino (1970)
80 pagine,
108 illustrazioni



[...] le numerosissime illustrazioni vengono presentate come in una sequenza cinematografica, sì da svolgere - almeno ci auguriamo - un discorso abbastanza compiuto sulla nostra terra […]



Poi buttavano in canto quella loro implacabile febbre di miseria che li sospingeva, ad ogni mutar di stagione, or qua, or là, lontano dalla famiglia, dai figli, in cerca di lavoro:


«Tutti ti dicon : Maremma, Maremma!
e a me mi sembri la terra più amara:
l'uccello che ci va perde la penna,
il giovin che ci va perde la dama.
Chi va 'n Maremma e lassa l'acqua bona,
perde la dama e più non la ritrova;
chi va 'n Maremma e lassa l'acqua fresca,
perde la dama, e più non la ripesca;
chi va 'n Maremma e lassa la montagna,
perde la dama ed altro non guadagna.
E a me mi trema 'l cor quando ci vai,
per lo timor se ci vedrem più mai».

 

IV
[dal volume, pag. 23-26]

L'estate era incredibilmente sonora di cicale.
Perdura in me, soffuso di grande nostalgia, il ricordo di quel loro incessante, pazzo frinire, di quei loro tremuli scricchi.
Quando penso alle lontane estati della mia giovinezza, la memoria si richiama subito alle immagini e ai vibranti cori di quei piccoli esseri vagabondi.
Ne rivedo brulicare le canne nella vigna di mio nonno Lorenzo, lassù, nel solatìo poggio del Monte; le querce fitte e nere, che facevano spicco fra le messi e le stoppie luminose; i peri innestati da mio padre, abile quant'altri mai nel rendere domestici i selvaggi arbusti del podere, in mezzo ai marrucheti e alle sassaie del campo dei Pozzuoli. E ne riascolto il monotono verso (canto? Lamento?) che incideva profondamente, a ritmo sempre uguale, i silenzi delle solitudini agresti nutrite di vergini, primordiali profumi.
Le cicale... Il loro continuo rarefarsi (in qualche luogo la loro scomparsa) è uno dei tanti segni, e non certo il meno significativo, della Maremma perduta, della Maremma-poesia che si spoglia, a poco a poco, del suo fascino antico.
Un altro punto fermo nel ricordo di quei mesi ardenti (ardenti di sole e di giovinezza) è la discesa dei mietitori dalla vicina montagna amiatina e, spesso, dal lontano, desolato Casentino, da Caprese, da Badia Tedalda, da Casteldelci.
Giungevano in piccole e grandi comitive, le canottiere di lana di pecora intrise di sudore, i calzoni di fustagno rattoppati, le scarpe grosse imbullettate.
Avevano facce smunte e tirate, indelebilmente tinte dall'avvicendarsi dei freddi e delle calure. Portavano a tracolla un fagotto con qualche straccio da indossare e, appesa al gancio della cintura, dietro la vita, una falce dalla lama fasciata con strisce di stoffa. Si fermavano alla trattoria di Regolato, davanti all'officina del povero Talete, in via Marsala, e concedevano allo stomaco un pezzo di pane, una sardella cavata lì per lì dal barilotto, e un bicchiere di vino.

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Marsiliana, estate (Foto di Massimo Bondi)
Sul colle di Marsiliana - la Caletra degli Etruschi - svetta il Castello medioevale
della famiglia Corsini (in alto sullo sfondo)


Sorridevano anche, ricordo; ma i loro volti erano tesi, solcati da rughe ampie e profonde; e i loro occhi non avevano luce di gioia: anzi, parevano affogati in un fluido di tristezza.
Quando li vedevo incamminarsi sulla strada polverosa che scendeva alla pianura, dentro di me succedeva qualcosa, non saprei dire che cosa.
Erano, forse, quella loro rozza canottiera di lana inzuppata di sudore, quel berrettaccio portato a sghimbescio, quei vecchi, larghi e rammendati calzoni, quel fagotto e quella falce; erano, forse, tutti insieme, quei simboli di povertà e di sofferenza (la stessa povertà e sofferenza, in fondo, dei miei genitori e dei miei vecchi nonni) che suscitavano nel mio animo una specie di angoscia, una sorta di sordo tormento.
Raggiungevano, quei poveri diavoli, i latifondi maremmani, dove l'offerta di braccia da lavoro trovava sempre una pronta accoglienza.
Quassù, da noi, nelle piccole aziende collinari, erano in pochi a fermarsi. Fra i nostri contadini si risolveva il problema della mietitura per mezzo dei cambi. I confinanti si davano reciprocamente una mano.
Al podere di mio nonno Lorenzo c'erano sempre, ricordo, o quelli dell'Onteo o quelli delle Chiuse, non di rado quelli del Lago e dei Montioli. A dispetto della fatica, per me che li rifornivo d'acqua con la fiasca rivestita, di vimini o col brocchino di terracotta smaltata, avevano sempre una parola scherzosa, un gesto di rude bontà. Mi indicavano dove, fra le stoppie, si trovava un nido; o si armavano di pazienza per insegnarmi come si legava un balzo di grano.
Mi sovviene, a questo proposito, del ridere divertito cui si abbandonava il mio avo (che in periodi di grandi faccende si mostrava barbuto come un Tiburzi), dinanzi all'inutile arrabattarmi. E rivedo le nuvole di fumo che quella specie di fauno allegro (al mattino, per via della guazza, indossava i cosciali di pelle caprina) emetteva di fra i lunghi baffi, dal cui folto scaturiva in permanenza un mozzicone di sigaro toscano.
Uomini forti, quelli, come ciocchi d'erica.
Dopo una settimana di mietitura sotto la sferza del sole, avevano, per dirla con Guelfo Civinini, «... un viso scarnito color delle melecotte, certe mani secche che parevan di legno...». Immagini, le loro, che non si possono dimenticare: il dorso nudo, il cappello di paglia imbottito di foglie di quercia per meglio resistere alla calura; le dita di una mano difese contro i pericoli della falce da involucri di canna; il corno di bue appeso alla cintura, con dentro immersa nell'acqua, la pietra per arrotare.
Come non si può dimenticare, del resto, l'eco dei loro malinconici canti e del loro corale grido d'allegrezza quando l'ultimo mannello di spighe cedeva alle lame lucenti delle falci: «Viva Maria!», «Viva Maria!».

Alfio Cavoli