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  Bibliografia
Maremma canora
Cento rispetti, dispetti e stornelli d'altri tempi

La Commerciale, Grosseto (1973) 24 pagine,


Molti ricordi della mia lontana infanzia hanno conservato intatta ogni loro più tipica essenza.
Immagini e suoni riemergono dagli abissi della mia memoria, così nitidi e precisi da sembrare incredibilmente attuali.
Quando mi accade di rievocarli, provo un grande sollievo: mi riportano il fascino e la dolcezza degli anni più cari, anche se fu indissolubile compagna della mia vita una certa signora pallida e triste che si chiamava Povertà.
Era lei che mi vestiva di panni rammendati; che mi negava sufficienti coperte nelle notti di gelo; che mi lasciava inappagato qualunque desiderio di doni.
Ma c'erano momenti, per fortuna, che non le permettevano di affliggermi: accadeva quando - con la spensieratezza d'una cicala e la felicità d'una rondine - portavo tutte le mie pene a dissolversi negli spazi inebrianti d'una campagna dal sapore umano che generazioni e generazioni di povera gente avevano fertilizzato con pazienti cure. Una campagna sbriciolata in tante piccolissime parti, l'una specchio dell'altra: una casupola con l'immancabile fico a sentinella; qualche fazzoletto di vigna; una manciata di peschi e di susini; alcuni olivi maltrattati dal tempo e - in un angolo - una piccola folla di svettanti canne che issavano a novembre i loro bravi pennacchi come un drappello di carabinieri in alta uniforme.
Era l'ambiente in cui si riversava l'umile formicaio del mio paese per racimolare - stilla dopo stilla - la linfa d'una vita difficile, che si manteneva in precario equilibrio sull'orlo dell'indigenza.
[...]In taluni periodi dell'anno - che coincidevano con le frequenti cure dei vigneti, con la raccolta delle olive o del granturco - la campagna diventava canora. [...]s'udivano echeggiare «rispetti» e «dispetti» che traevano ispirazione dall'amore e da tutte le altre implicazioni: desiderio e gelosia, passione e rimpianto, risentimento e ironia, ansia e tormento. [...]

Quando nasceste voi, nacque bellezza,
nacque l'oro, l'argento e la chiar'acqua,
nacque l'oro, l'argento e la chiar'acqua,
nasceste bella voi per gentilezza.

'gni volta che t'incontro pe' la via,
tu me lo dai 'no sguardo sorridente:
questo te lo fa fa' la simpatia
perché li baci miei ti vène a mente.

Bella, bellina chi t'ha fatto l'occhi?
Chi te l'ha fatti tanto innamorati?
Di sotto terra caveresti i morti,
caveresti dal letto l'ammalati.

Amore ti sei fatto di velluto.
Dove sei stato questa settimana?
È molto tempo che non t'ho veduto
e l'occhi m'hanno fatto la fontana.

Sull'erba di Manciano c'è la paglia,
tu ti credevi di portammi a briglia
tu ti credevi di portammi a briglia
a briglia tu ci porti la cavalla.

Oh! Quant'è doloroso il mal di denti!
Ma quello dell'amor l'è di più assai.
Il mal di denti qualche volta passa,
ma quello dell'amor non passa mai.

Quando ti presi, amore, era di giugno,
la luna stette ferma più d'un anno
la luna stette ferma più d'un anno
e il sole gli girava torno torno.

Se l'acqua de lo mare fosse sassi,
tirà te li vorrei piccoli e grossi...
M'impari a fa' l'amore e poi mi lasci;
se lo facessi a te cosa diresti?

Quando t'amavo io t'amava il sole,
la terra, il cielo e perfino lo mare,
la terra, il cielo e perfino lo mare,
or che non t'amo più nessun ti vòle.

Se tu sapessi il bene che ti voglio
da casa mia non passeresti mai.
Quando ci passi lo troncassi il collo
salvo la compagnia se ce l'avrai.

Lo benedico lo fiore di menta,
la messa delle nove non si canta
la messa delle nove non si canta
chi sorte dal mio còr giammai più c'entra.

Lo benedico il fior di biancospino,
io so' contenta se mi stai lontano
io so' contenta se mi stai lontano
mi sturbo invece se mi stai vicino.

Alfio Cavoli

Le inquadrature sottostanti sono tratte dal film di Sergio Rossi «Briganti della Maremma tosco-laziale dell'800», realizzato per la RAI nel 1986, del quale Alfio Cavoli è stato consulente storico, ha scritto il commento che ha poi narrato personalmente.

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Ritraggono momenti della vita dei braccianti che, a piedi, d'estate, sotto la canicola più cocente, raggiungevano la Maremma per la "maremmata":

1. I braccianti lungo uno dei sentieri che percorrevano, poche cose in spalla, verso la Maremma.
2. "L'incontro" con la Maremma che, nel film, il più anziano del gruppo indica agli altri con voce rotta - probabilmente - dal ricordo del sudore già versato in quei luoghi in cui, ancora una volta, è costretto a tornare.
3. Uno degli squallidi e disagevoli ambienti in cui i braccianti vivevano una volta giunti in Maremma. Sul tavolo: pane, panzanella e un fiasco di vino.
4. La "camera da letto": pagliericci stesi a terra, i giacigli; un cancello e qualche chiodo - lì da tempo immemore - a far da armadio.
5. Infine, il "gioco dell'amore". Tra loro, i più giovani - dopo giornate infinite nelle quali la loro schiena si era spezzata sotto il sole - riuscivano anche a sorridere, ad amarsi e, a volte, a prendersi in giro cantando "rispetti" e "dispetti" inventati per l'occasione.

Alfio Cavoli, nel molto successivo libro di ricordi e denuncia «Addio, Maremma bella» descrive la "maremmata" così:

«[...] scendevano in Maremma dal Casentino, e da molte altre località montane, folte squadre di lavoratori ingaggiati dai caporali per mietere il grano nei latifondi dei Guglielmi, dei Corsini, dei Collacchioni, dei Ballantino, dei Vivarelli Colonna; ed erano tantissimi perché il grano maturo non può restare in piedi più di tanto, pena la parziale o totale perdita del prodotto. Venivano a fare la "maremmata", lasciando l'aria balsamica dei loro paesi nativi per affrontare i caldi canicolari delle pianure orbetellane, mancianesi, maglianesi. Era gente disperata, quella che aveva il coraggio di vivere un'esperienza così dura, se si considerano l'interminabile viaggio spesso compiuto a piedi, il massacrante orario di lavoro, "da stelle a stelle", ossia da molto prima dell'alba a dopo il tramonto, la pessima e scarsa alimentazione, nonché l'alloggio quasi sempre in capanne con lettiere di paglia per giaciglio, come gli animali. Gente eroica. E non ci riferiamo a tempi remotissimi, ma agli anni Quaranta, quando ci accadeva di veder giungere questi poveri diavoli al nostro paese, fermarsi a una modesta locanda per concedersi un tozzo di pane, una sardella e un bicchiere di vino; e poi ripartire alla volta dell'ormai vicina fattoria con un fardello di stracci sulle spalle infilato in un bastone, la grezza canottiera di lana fradicia di sudore, i calzoni rammendati, le scarpe consunte anche a causa del lungo camminare su sconnessi percorsi di dogane. E accadeva pure di vederli passare di nuovo dopo giorni e giorni, forse settimane, magri come usci, trasandati, le parti nude diventate di bronzo, tanto il sole le aveva impietosamente martellate nelle ore di più torrida calura. Tornavano ai loro paesi affacciati sulla profonda gola del Marecchia, grumi di case scure sugli orli dei dirupi, così desolate, come anche oggi si vedono, da farti provare una stretta al cuore, da suscitarti un forte senso di malinconia: a Pratieghi, a Caprile, a Frusciano, a Castellacciola, a Cocchiole - piccoli villaggi angustiati da un'atavica povertà -; ma tornavano anche a Badia Tedalda, paese di più nobili e antichi natali, a rivedere sull'alto poggio la Chiesa di San Michele Arcangelo (impreziosita dalle terrecotte di Benedetto da Buglione), dove le loro mogli avevano pregato la domenica affinché la buona sorte li accompagnasse e li facesse rientrare sani e salvi alle loro case.[...]»