Da «Briganti in Maremma», Alessandro Angeli scrittore nato a Roma nel 1972, ma - come ama definirsi - da sempre grossetano ha liberamente tratto il suo romanzo «La lingua dei fossi (Miseria e orgoglio di un fuorilegge)», Salento Books, 2010.

«La lingua dei fossi» è dedicato ad Alfio Cavoli. Alessandro Angeli motiva questa decisione nella postfazione che trascriviamo a fianco.

 
Briganti in Maremma
Storia e leggenda
Tellini, Pistoia (1983)
226 pagine, 46 illustrazioni
 
 

Prefazione

C'è poi un altro motivo, non secondario, che mi ha convinto a ritornare sul tema della delinquenza ottocentesca nel Grossetano e nel Viterbese: il desiderio di ovviare a qualche lieve inesattezza che, in seguito all'acquisizione di nuovi particolari, è emersa nei miei analoghi lavori.
Al di là di queste specifiche ragioni, la presente pubblicazione vede tuttavia la luce per soddisfare la curiosità e i bisogni di conoscenza dei numerosi lettori che amano profondamente la Maremma e che, attraverso le vicende e le imprese criminose dei briganti, hanno così la possibilità di riviverne le passate vicissitudini, il clima di squallore e di desolazione, le situazioni di decadimento morale e di miseria: le cause, insomma, che al fenomeno del malandrinaggio dettero consistenza e alimento, tanto da renderlo ininterrottamente attivo fino agli inizi del Novecento.
D'altra parte, Tiburzi e Fioravanti, Biagini e Biscarini, Scalabrini e Stoppa, Ansuini e Menìchetti, Albertini e Ranucci, per citare soltanto alcuni protagonisti della malavita d'altri tempi, non possono essere cancellati — come qualcuno vorrebbe — dal contesto della storia maremmana, essendo emblematici della società in cui operarono, fondata esclusivamente sulla sopraffazione e sul sopruso, che altro non poteva suscitare nell'animo della gente se non i sentimenti del disgusto e dell'insofferenza, dell'odio e della ribellione; se non gli istinti della protesta brutale e selvaggia contro le secolari ingiustizie.
Ed eccoli, allora, questi biechi figuri, questi folli e disperati dominatori della strada e della macchia: eccoli — nel loro cieco furore — uccidere, distruggere, depredare.
Ma quanti di loro, senza l'iniquità degli ordinamenti, avrebbero egualmente imboccato la strada della perdizione? È un interrogativo su cui giova riflettere e meditare.

A.C.





POSTFAZIONE IN FORMA DI RICORDO


Qualche mese prima che venisse a mancare avevo telefonato ad Alfio Cavoli chiedendogli un'intervista per il giornale con cui collaboro, volevo da lui un parere da esperto sul brigantaggio. Più specificamente volevo chiedergli se a suo avviso ci potevano essere degli elementi per paragonare briganti come Tiburzi ai criminali dei nostri tempi, ai boss mafiosi come Riina e Provenzano per intenderci. Lui mi aveva risposto sorpreso: "Un'intervista? Me ne avete chiesta una poco tempo fa!" Controllando in archivio mi ero reso conto che aveva ragione, c'era un pezzo abbastanza recente che parlava di lui, perciò mi scusai dicendogli che avremmo rimandato la nostra chiacchierata. Quando lui se n'è andato la risposta alla mia domanda se n'è andata insieme a lui.
Affrontando questo breve racconto su Luciano Fioravanti e Domenico Tiburzi, allora, non mi sono chiesto come le loro figure di criminali potessero essere ricondotte ai giorni nostri, ma ho lasciato che il racconto fluisse libero, capace di raggiungere quel bivio dove mito e letteratura si incontrano e camminano insieme. Anche per questo sono state volontariamente omesse alcune date e alcuni luoghi importanti per capire gli anni del brigantaggio in Maremma. Così come non è affrontata la spinosa faccenda della morte di Tiburzi alle Forane. All'analisi storiografica ho preferito la leggenda e la finzione narrativa, per raccontare il mio Tiburzi personale e per lasciare che il suo mito rimanesse intatto. Ringrazio l'autore e maestro Alfio Cavoli per aver spianato, a me e ad altri giovani come me, la strada verso la conoscenza dei fatti di Maremma.

A.A.