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Giovanni Fattori, «La marcatura dei torelli» (1885-1890 ca) - Olio su tela cm. 86×172 - Collezione privata



Addio, Maremma bella

Fasti e nefasti dal mare alla montagna

Nuovi Equilibri,
Viterbo (2004)
240 pagine, 12illustrazioni


... Le volevo raccontare un piccolo aneddoto che mi è successo qualche settimana fa ...
Marco Bigozzi



[dal volume, pagine 59-62]
[...]Ma se il pane era l’alimento più consumato dalla gente del popolo, sia perché se ne faceva un uso piuttosto largo in casa anche nelle minestre più varie, sia perché doveva soddisfare la vigorosa fame dei braccianti nelle campagne, la polenta non era da meno, specialmente d’autunno e d’inverno. Soprattutto quando il freddo penetrava nelle carni, tanto intenso da suscitare i brividi – come non di rado accadeva nelle case della povera gente – si accendeva un vivace fuoco di “seccarelle” e, appeso alla catena del camino il paiolo di rame, si faceva la polenta. Lucido dentro per le quotidiane lavature, il familiare recipiente era nero all’esterno di uno strato di fuliggine ormai divenuta una cosa sola con il metallo. Così, d’altronde, doveva apparire per una questione di vetustà che ne nobilitava la funzione. All’acqua che conteneva, si aggiungeva del sale e quindi – a poco a poco – la farina di granturco. Con un piccolo matterello si rimestava la stessa in continuazione – sempre nello stesso verso – fino a quando il dorato impasto non diventava molto consistente, elastico, richiedendo sempre maggiore fatica a chi aveva il compito di agevolarne e controllarne la cottura. La polenta era pronta per essere versata sulla spianatoia allorché sulla parete del paiolo aveva formato una consistente crosta, che i ragazzi – essendone molto ghiotti – rimuovevano con un coltello per cibarsene. Si aspettava un po’ che si raffermasse, poi si tagliava a fette con un filo di refe o con quello di una semplice spagnoletta. Si mangiava con la ricotta; con gli zampetti e le interiora degli agnelli acquistati al mattatoio e fatti in umido; con il baccalà cucinato nella stessa maniera: una prelibatezza che il seme del finocchio esaltava conferendole un sapore squisito; condita con ragù; oppure inzuppandola a tocchi in un mucchietto di cacio pecorino mischiato con un pizzico di pepe: la fine del mondo se consumata quasi bollente.
La polenta residua si poteva mangiare all’indomani, tagliandola a fette di un certo spessore, oppure molto sottili. Le prime si facevano abbrustolire (“crociare”, “crogiare”, nel significato di crogiolare) su un treppiede posto sopra uno strato di brace e si consumavano accompagnandole con fette di pecorino; le seconde si friggevano in padella. Diventate croccanti, deliziose, potevano essere gustate dopo averle insaporite con un po’ di sale e perfino con un’abbondante spolverata di zucchero. Era un mangiare da re, la polenta trattata con quelle attenzioni e sposata a quei sapori, altro che un cibo proletario! Ma la sua apoteosi – è una verità comprovata dalla tradizione – si compiva quando convolava a nozze con la carne fresca di maiale, con le costolette, i fegatelli avvolti nella ratta, la bistecca, il sanguinaccio, la ventresca, la salsiccia sfusa o insaccata: il tutto, naturalmente, cucinato come Dio comandava, che equivale a dire come comandava l’esperienza delle casalinghe di allora, umili campagnole della Maremma più povera e a volte disperata. [...]



[dal volume, pagine 17-18]
[...] Per capire com'erano fatti, quei mitici abitatori della malarica prateria, bisogna andarli a cercare o nelle foto dell'Azzolino o nei quadri che Giovanni Fattori dipinse alla Marsiliana d'Albegna, dove più volte fu ospite del Principe Tommaso Corsini: là, in quella specie di Far West nostrano che non c'è più; sconfinato mare di pascoli fra boscaglia e riviera, niente alberi, niente case e neppure capanne; staccionate a delimitare la sconnessa, polverosa via "Maremmana"; centinaia di capi di bestiame a brucare e a mugghiare o nitrire; grandi tori neri come la notte a guatar con sospetto ogni presenza umana; cani pastori, bianchi e irrequieti, a vigilar greggi; gheppi a rotear nel cielo - alti - e a gridare nell'azzurro, per poi buttarsi a precipizio sulle prede. E lui, il buttero, vestito di rozzo fustagno invecchiato e logorato dall'usura, i cosciali di pelle caprina - per difendersi dalla guazza, dalla marruca e dallo "stracciabrache" della macchia - la faccia irta di peli incolti, cotta e invecchiata anzitempo dalle canicole; lui, piantato in sella al suo indocile cavallo, a caracollare intorno alle mandrie in quell'eterno esilio dalla società urbanizzata, in quella sorta di condanna che rappresentava il suo solo rapporto con la scontrosità della bestia foresta, con i suoi rari compagni di mestiere e con il fattore - il "ministro" - al quale lo legava esclusivamente un severo rapporto di subordinazione, di sudditanza, di distacco. Andate a vedere - in qualunque monografia dedicata al caposcuola dei Macchiaioli - il dipinto Mandrie maremmane, nella sua solare atmosfera così selvatica e rude, lievemente addolcita da un'azzurra pennellata di mare; oppure quello intitolato Butteri e mandrie in Maremma, dove vibra la possente e sfrenata dinamicità dei cavalli, degli uomini, dei buoi, sotto un cielo che si rabbuia per l'imminente temporale; oppure - ancora - quello in cui è raffigurata La marcatura dei torelli, che vive e freme di un'intensa animazione collettiva attorno ai riluttanti animali. Andateli a vedere, questi superbi dipinti che hanno imprigionato un'epoca, un costume rurale, una dimensione esistenziale, una vicenda sociale per certi versi mitica, favolosa. E vi accorgerete come sia difficile - per non dire impossibile - sostenere che quanto vi si ammira è ancora attuale. [...]





Giovanni Fattori, «Mandrie maremmane» (1893) - Olio su tela - Museo civico Giovanni Fattori, Livorno




[dal volume, pagine 187-191]
[…]Oggi, nulla di tutto questo si avverte più. Dall’uscita a valle del traforo sulla strada diretta a San Martino sul Fiora e fino alla base del poggio su cui sorge la Tomba Ildebranda è un continuo susseguirsi d’interventi che hanno letteralmente massacrato la bellezza primitiva di quel territorio. Le transenne che delimitano dappertutto i sentieri, le tre aree di parcheggio e i ponticelli in legname realizzati per il superamento dei fossi, l’area attrezzata per i picnic situata accanto alla chiesetta di San Sebastiano adibita a punto vendita, i botteghini in legno per le biglietterie, una struttura in cemento per i servizi igienici, un box, la segnaletica verticale troppo vistosa, hanno “modernizzato” una realtà archeologica, storica, monumentale di struggente fascino arcaico, riducendola al rango di bottega, dove si possono “comprare” immagini da cartolina – ma non emozioni – del tempo che fu.
Conforta questo nostro giudizio la severità di Philippe Daverio con il quale ci troviamo in perfetta sintonia. Così si esprime infatti il noto critico d’arte, conduttore della trasmissione televisiva «Passepartout» su Raitre (“Il Tirreno”, 13 settembre 2003): «La più repellente bruttura della Toscana in assoluto, è rappresentata dal parco archeologico di Sovana, il luogo più deprimente che io abbia visto negli ultimi anni. Lì, uno dei punti più commoventi della terra, la tomba di Ildebrando (Ildebranda, n.dell’a.) ha subito a causa della legge Ronchey, che vuole il patrimonio messo a frutto, una grandissima e vergognosa violenza. Hanno dato in mano il parco ad una cooperativa, che lo ha trasformato in una specie di luna park, con la casettina di legno dove si vendono i souvenir, il biglietto di cinque Euro per vedere quello che prima era gratuito, le false palizzate maremmane, per camminare lungo i fiori. Proprio come si fa appunto in un parco dei divertimenti, ignobilmente e senza alcun ritegno nei confronti di un pezzo di storia».
Questi scempi non andrebbero autorizzati, perché le necropoli sono affascinanti se l’ambiente in cui si estendono rimane intatto. Anche nel caso in cui non si voglia rinunciare alla loro utilizzazione turistica, si lascino come si trovano, tranne per quanto riguarda eventuali restauri ai sepolcri. Si rispetti insomma la natura che le circonda. Pure un bambino capirebbe come non ci si possa e non ci si debba comportare diversamente se si ha davvero la volontà di rispettare un patrimonio culturale e ambientale che – immutato per millenni – è pervenuto a noi non per essere snaturato, alterato, bensì per godere di un’intelligente tutela.
E che dire, poi, dell’albergo costruito nei pressi del duomo di Sovana? Ma perché, poi? Sovana, vestita com’è totalmente di Medioevo, austera e stupenda, può sopportare l’insulto di un grande edificio moderno e, per giunta, nelle vicinanze della sua antichissima, celeberrima cattedrale? Vien fatto di pensare che stiamo impazzendo, che il miraggio del turismo facile – e del denaro che ne deriva – stia togliendoci il ben dell’intelletto.
L’architetto dell’opera difende a spada tratta, attraverso i giornali (“Il Tirreno”, “La Nazione”, 25 marzo 2003) la sua creatura (poteva essere diversamente?). E lo fa allegando un suo disegno in cui, fra la Cattedrale e il nuovo albergo, è un deserto d’uomini e di cose. Il luogo che ospita il Duomo di Sovana è affascinante, infatti, proprio per quel suo essere appartato, solitario e silenzioso. Ma lo sarebbe altrettanto se – ipotesi non peregrina, sapendo come vanno le cose sull’italico suolo – una variante urbanistica permettesse di realizzare nell’area prospiciente l’albergo anche un parcheggio al servizio del medesimo dove si muovesse o sostasse un certo numero d’automobili?
E poi, cosa c’entra il discorso della «ricostruzione filologica» accampato dal professionista e approvato dalla soprintendenza? Qualora venisse accettato non ci sarebbero più argini agli scempi, perché dappertutto si troverebbe un rudere, la cui presenza in un qualsiasi contesto urbanistico o ambientale potrebbe invogliare a mettere in atto iniziative di ripristino edilizio. Ciò che bisogna capire è l’unicità monumentale di Sovana, che non può essere toccata senza creare danni irreparabili. Per cui, la “Città di Geremia” deve restare così com’è. Solo il restauro degli edifici esistenti, e soprattutto di quelli che hanno fatto la sua storia, può essere ammesso.
Se l’albergo si voleva fare – per una necessità di accoglienza del forestiero – si costruisse pure, ma all’esterno del centro storico e lontano da questo; e magari meno in vista possibile; anzi, schermato da una bella cortina di piante sempreverdi che lo rendessero estraneo al paesaggio circostante.
È un po’ la stessa opinione – questa – di Angelo Gentili della segreteria nazionale di Legambiente, il quale – dopo aver criticato il Sindaco di Sorano per aver «autorizzato la costruzione facendo appello alla trasparenza delle procedure e al rispetto della normativa» – ha sostenuto giustamente: «L’albergo avrebbe potuto essere costruito in un altro luogo senza pregiudicare il successo dell’iniziativa imprenditoriale ma rispettando puntualmente la memoria storica». Aggiungendo: «Se Sovana è famosa nel mondo, lo è per i tesori che possiede e che vanno tutelati in modo ferreo per poter realizzare un binomio vincente fra conservazione e sviluppo turistico» (“Il Tirreno, 19 marzo 2003). Ha perfettamente ragione anche il leader dei Verdi grossetani, Marco Stefanini, quando nel “Tirreno” del 21 febbraio 2003) sfoga civilmente e appassionatamente tutta la sua rabbia per lo scempio perpetrato nella città natale di Gregorio VII.
«Ma com’è possibile – egli si domanda – che una meraviglia come Sovana, che affonda le sue radici nell’età del bronzo, dove hanno lasciato tracce etruschi, romani, bizantini e longobardi, dove gli Aldobrandeschi, gli Orsini e poi il Granducato hanno preservato la “storia” in modo impeccabile, com’è possibile – dicevo – che quel sito possa essere destinato a cambiare volto. Com’è possibile non capire, non cogliere il significato del suo meraviglioso essere “isola di storia” degli uomini in un mare di natura, di boschi? Come si può pensare, o peggio autorizzare, un albergo accanto al duomo di Sovana?»