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Tiburzi, il brigante
storia romanzata

Con le illustrazioni di Carlo Chiostri
Associazione culturale Alfio Cavoli-Stampa Alternativa Strade Bianche, (2010)
174 pagine, 5 illustrazioni

Dato che la prima edizione del volume è andata esaurita, l'Associazione culturale Alfio Cavoli, chiedendo l'autorizzazione alle eredi dell'Autore che mantengono i diritti sul testo, ne ha curato a proprie spese la ristampa.
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Sembra che Tiburzi, il brigante sia stato uno dei libri partecipanti alla decisione di Michele Marchiani di realizzare una nuova fatica letteraria! In attesa di leggerla: Le orme di Tiburzi.

Tiburzi, il brigante
storia romanzata

Con le illustrazioni di Carlo Chiostri
Nuovi Equilibri, Viterbo (2006)
152 pagine, 5 illustrazioni





"Tiburzi, il brigante",
una storia romanzata
firmata Alfio Cavoli


Tra vero e verosimile il noto scrittore mancianese con il suo
ultimo libro "Tiburzi, il brigante", una storia romanzata
del fuorilegge più famoso della Maremma tosco-laziale, ci conduce
nel mondo intricato e complesso del brigantaggio,
con uno stile narrativo sempre sostenuto ed efficace,
non senza sorprese...


di Maria Grazia Lenni


Domenico Tiburzi e Domenico Biagini uccidono
il compagno di latitanza Giuseppe Basili
Disegno di Carlo Chiostri

       
Dopo una decina di lavori dedicati alla figura del celebre bandito Tiburzi e più in generale al fenomeno del brigantaggio nella Maremma dell'800, Alfio Cavoli torna a trattare l'argomento e, su progetto editoriale di "Stampa Alternativa", pubblica il volume "Tiburzi, il brigante", una storia romanzata del fuorilegge più famoso della Maremma tosco-laziale.
Il testo, molto interessante, è arricchito dai pregevoli disegni di Carlo Chiostri, artista fiorentino vissuto negli anni a cavallo tra otto e novecento, autore di illustrazioni per bambini e non solo, il cui tocco elegante aggiunge solennità a tutta l'opera.
Si potrebbe obiettare che le migliala di pagine scritte su questo tema da Cavoli e da altri autori potevano già essere ritenute più che sufficienti per delle vicende ormai note a (quasi) tutti, ma... sorpresa!
La storia non è più quella, o per meglio dire, è "quella" storia, ma trattata in maniera diversa, osservando cose e persone da punti di vista inusuali, che forniscono un quadro le cui linee non combaciano esattamente con i tratti forniti dalla narrazione ufficiale.
Il lavoro di Cavoli, a differenza degli scritti di altri autori e anche delle sue stesse opere pubblicate in precedenza, legge il personaggio Tiburzi, la sua nascita, la sua vita, i suoi amori e, soprattutto, la sua morte secondo un'altra prospettiva, considerando aspetti che erano stati trascurati o sottovalutati, se non addirittura ignorati. Impor-tantissima l'attività di ricerca svolta, che ha portato alla consultazione di nuovi documenti, rimasti nascosti per più di cento anni, e che conducono a conclusioni diverse da quelle che ci raccontano i rapporti delle autorità e fin qui accettate dagli studiosi.
 
Il ritratto che l'autore delinea è quello di un uomo che mantiene la sua dignità malgrado le origini povere e l'ambiente di disperante miseria in cui era nato e cresciuto, con un carattere forte e determinato, che non cedeva ai momenti di sconforto e non conosceva la rassegnazione; sensibile a suo modo, capace di grandi crudeltà e di improwise quanto inaspettate tenerezze. Un individuo insofferente a tutte le ingiustizie imposte alla povera gente da sfruttatori senza scrupoli, deciso a non abbassare mai la testa di fronte a un qualunque padrone, ne a piegare la schiena, fosse pure per procurarsi il pane.
Per questo suo spirito libero non accettò mai di lavorare la terra, che già aveva ingobbito suo padre, ma preferì fare il buttero, per vivere all'aria aperta e, seppure con fatica, tenere la fronte e lo sguardo alti verso l'orizzonte.
Mai sottomesso, piuttosto assas-sino, piuttosto alla macchia per tutta la vita, piuttosto morto, per non finire nelle mani di coloro che lo braccavano.
Il suo carattere, la sua caparbietà, la sua tenacia, ma anche la sua affidabilità nel mantenere la parola data e onorare gli impegni assunti gli guadagnarono il rispetto dei molti proprietari terrieri che, dopotutto, taglieggiava, ma che ormai si fidavano di lui più di quanto si fossero mai fidati delle forze dell'ordine.
E se è vero che ufficialmente si dichiaravano vittime della tracotanza dei fuorilegge e giustificavano le ripetute elargizioni di denaro ai banditi, definite con il delicato eufemismo di "pagnotte", con il tentativo di salvaguardare se stessi e i propri congiunti dalle aperte minacce, sotto sotto si insinuava in loro la sottile convinzione che tutto sommato i briganti svolgessero un'opera bene-detta, limitando i danni che avreb-
 
bero di sicuro causato le frequenti scorrerie di malfattori "esterni" che girovagavano su quelle terre tormentate.
Di fatto furono in molti a vedere in Tiburzi, come nei suoi "colleghi", i veri protettori dei raccolti e degli animali, esposti gli uni e gli altri ad ogni sorta di angheria, e in cuor loro preferivano versare i tributi ai banditi, piuttosto che all'erario governativo, che li tartassava con prelievi fiscali di ogni sorta senza fornire in cambio la tutela che si aspettavano.
Ma quando lo stato decise di passare al contrattacco per sferrare un colpo esemplare al banditismo e ai suoi sostenitori, lo fece senza risparmio di energie e con uno spiegamento di forze mai visto. Fioccarono arresti e molti "signori" e moltissimi poveracci subirono gli impertinenti interrogatori nel processo che venne allestito nel 1893 e che è poi passato alla storia come il "processone di Viterbo".
Ma la gente non fu affatto contenta e si parlò, a proposito, di tempo e soldi ancora una volta spesi male.
Perché in fondo alla gente comune piacevano questi uomini tutti d'un pezzo, prepotenti con i prepotenti, premurosi con coloro che si trovavano in stato di necessità, e quest'ultimi erano in netta maggioranza.
Agli occhi di coloro che chinavano la testa e andavano avanti come potevano questi "giustizieri" apparivano come eroi senza paura, che vendicavano i torti quotidianamente subiti.
Ma non tutti la pensavano così. Accanto a quelli che a vario titolo possono essere considerati favo-reggiatori, si annidavano numerose le spie, persone prive di scrupoli morali che abbagliate da un compenso, a volte - a dire il vero - piuttosto corposo, non esitavano a vendere i loro "amici", quando non provve-devano direttamente alla loro eliminazione fisica.
I briganti, dunque, amati e odiati come tutti coloro che, nel bene o nel male, si distinguono per qualcosa di
 
particolare. E Tiburzi tra loro. Il capo .dei briganti, il più temuto, il più ricercato, il più offeso, il più tradito.
E quando ormai stanco e anziano, malato di quella famosa malattia di cui la Maremma è diventata simbolo, che continuava a spossarlo ancora più degli stravizi della sua vita da fuggiasco, gli balenò davanti agli occhi la possibilità di subire l'onta dell'arresto, si ribellò come aveva sempre fatto e rifiutando di cedere a un destino apparentemente inelut-tabile, pose fine da solo alla sua storia e alla sua vita.
E questa è la parte davvero rivoluzionaria di questo libro, che ribalta completamente tutte le certezze solo apparentemente acquisite e tramandate.
Tra vero e verosimile Alfio Cavoli ci conduce nel mondo intricato e complesso delle foreste e in quello ancora più inestricabile dell'animo umano, tra solidarietà e spietatezza, con uno stile narrativo sempre sostenuto ed efficace.
Centocinquanta pagine da scorrere tutte d'un fiato, affascinante come una storia, bello come un romanzo. Leggere per credere.

"Maremma Magazine",
Anno IV Numero 11, Novembre 2006